Sono tornata

Partite con la mente aperta, tornerete con il cuore colmo.

Guardo fuori.

Architettura tipicamente italiana. Il cuore non sa ancora dov’è eppure è tutto così chiaro. Balconi arrugginiti, piante rampicanti che scendono morbide dai davanzali, i muri scrostati, più in là i tetti di Roma, cupole, scalinate, angeli imponenti come pronti a spiccare il volo. Apro la finestra, l’aria è fresca. Sono in Italia, sono tornata.

Quanto ci sto mettendo a mettere giù le parole giuste? Un sacco di tempo. Mi sembra di non rendere giustizia a quello che sto sentendo. Mi sembra di sminuire, di non riuscire a spiegarmi, di perdere tempo. Che alla fine rileggerò quello che ho scritto e mi sembrerà come quella volta che ho provato a fotografare il Grand Canyon e nulla si è avvicinato a quello che i miei occhi sono riusciti a vedere nella realtà.

Sta succedendo questo infatti, sta succedendo che non ho parole da mettere in ordine per raccontare quello che ho vissuto negli ultimi mesi.

Dieci mesi nel sud est asiatico.

Come li riassumo poi in boh, quante? Cinquecento, mille parole? Come faccio a decidere un numero, a quantificare?

Guardo lo zaino ancora per terra e trovo che sia uno strazio. Uno strazio vederlo lì ogni giorno abbandonato sul pavimento come fosse un cadavere. Vorrei sussurrargli di riprendersi, che torneremo presto sulla strada ancora insieme. Che finirò di riempirlo di bandierine sul davanti, che poi inizierò anche sui lati e solo allora, se non mi avrà abbandonato lui per primo, lo guarderò col sorriso fiero di chi ne ha passate tante.

Il problema è mio, lo so.

Perché come lo racconti di quella famiglia che per farmi riparare dalla pioggia mi ha fatto entrare a casa loro offrendomi un caffè balinese senza nemmeno parlare una parola di inglese. Di quella volta che il mio driver alle tre del mattino è rimasto ad aspettare con me che aprisse l’ostello. Tornare la sera col male alla guance per aver sorriso così tanto ai bambini. E quell’ultima cena nella mia guesthouse filippina, Maria e Juan che si sono resi cura di me per più di 40 giorni.

Quante volte ho strozzato le lacrime, quante volte in questi giorni mi sono passate davanti agli occhi scene, tramonti e profumi. E più guardo fuori dalla mia finestra, in questa Italia così surreale e silenziosa da non sembrare vera, e più mi mancano i clacson, le galline per strada, lo sfrigolare di noodles in pentoloni consumati e sformati.

Che mi succede? Addirittura mi mancano quei momenti assurdi come quella volta che a Kuala Lumpur, qualcuno deve aver sentito una ragazza da sola in un vicolo urlare “Caaaazzo!!” e iniziare a correre. Un topolino mi era appena passato sui piedi. O quando in Borneo con un ragazzo italiano ci siamo addentrati in un trekking di 7 km sotto una pioggia torrenziale mai vista, camminando con tutte le scarpe dentro al fiume che si era creato al posto del sentiero. Delle scimmie nasiche manco l’ombra, ovviamente.

E poi i ritorni, le seconde occasioni. A volte sprecate, a volte guadagnate.

“Perché torni in Thailandia?”. Perché Bangkok profuma di casa.

“Perché stai tornando a Bali?”. Perché ho bisogno di pace.

“Stai tornando ancora in Malesia?”. Si, devo darle una seconda chance.

Così è stato questo Viaggio, un zigzagare senza uno scopo preciso in superficie, ma il senso è stato mio, solamente mio. Ho seguito il cuore, l’amore e le paure, non me ne vergogno, non mi pento di nessun viaggio a vuoto, di nessuna delusione avuta, perchè oddio quanto ho imparato in questi mesi su me stessa.

Vi racconterò di tutto, con calma. Mi sono appena resa conto di aver saltato un inverno. Lasciatemi quindi respirare quest’aria fresca a cui certo non ero abituata. Lasciatemi stare alla finestra a guardare questa vita così familiare ma allo stesso tempo lenta come non ricordo di avere mai visto.

Sono tornata.